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Le falle del ‘decreto sicurezza’ che il governo sta varando

di Redazione Il Faro News

01/12/2018 Diritto in Pillole

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Le falle del ‘decreto sicurezza’ che il governo sta varando

I numeri sono impietosi. E parlano chiaro: raccontano di oltre 35mila posti di accoglienza in 877 centri Sprar distribuiti in più di 1.800 comuni (il 22% del totale). Il 70% dei richiedenti asilo e rifugiati accolti, dopo un periodo medio di sei mesi trascorso in piccoli gruppi in case, appartamenti, sparsi in maniera equilibrata nei territori, ha acquisito gli strumenti necessari per integrarsi ed essere autonomo. Ha imparato l’italiano, ha fatto corsi di formazione professionale, volontariato, comprende meglio la cultura del Paese di accoglienza. Una buona percentuale trova lavoro facilmente. I risultati positivi del sistema Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, un modello di buone prassi tra i più brillanti in Europa, rischiano oggi di essere vanificati dagli effetti del ‘decreto sicurezza e immigrazione’ (dl 113/2018) se passerà anche alla Camera dei deputati dopo l’approvazione in Senato.

I sindaci di tutta Italia riuniti nell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) non ci stanno a smantellare un sistema virtuoso che funziona e mitiga possibili conflitti sociali. Per questo hanno esposto le loro preoccupazioni e perplessità a governo e parlamento e presentato una serie di emendamenti considerati “imprescindibili” per evitare che il provvedimento produca “conseguenze gravi e imprevedibili” sui territori.

La fotografia in panoramica della situazione è stata ‘scattata’ proprio dall’Anci: più di 165.000 posti nel sistema d’accoglienza, tra cui 35.881 nei centri Sprar. Attualmente il sistema di accoglienza per i migranti che sbarcano in Italia è di 165.773 posti: 129.904 sono nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e in strutture di prima accoglienza, ossia i centri più grandi, che impattano maggiormente e a volte in maniera negativa sui territori. Il sistema dello Sprar, con i suoi 35.881 posti in continuo aumento negli anni, ha incontrato il favore di tanti sindaci di tutti gli schieramenti, perché consente di gestire il fenomeno in maniera trasparente, con piccoli gruppi proporzionati alla popolazione, mirati all’integrazione sociale. “Non riesco a capire la ratio del decreto – ha affermato il delegato Anci all’immigrazione -. Non c’è una emergenza numeri perché gli arrivi quest’anno sono diminuiti dell’80%, non c’è una emergenza risorse”. “Smantellare in maniera insensata lo Sprar vuol dire riportare la lancetta della storia indietro di anni, tornando ai grandi centri gestiti dalle prefetture, senza la collaborazione dei sindaci”.

I potenziali effetti del decreto, nei prossimi due anni, sono centinaia di migliaia di persone in strada, che lavoreranno in nero o diventeranno manovalanza della criminalità.

Ma, paradossalmente, è proprio ciò che si vuole? Estremizzare il disagio e aver partita vinta con un elettorato molto attento a chi commette un reato piuttosto che pretendere sicurezza a prescindere da chi sia il responsabile, potrebbe essere l’obiettivo inconfessabile di forze politiche che hanno raddoppiato il proprio consenso puntando tutto sul “noi” e “loro” in un vortice che ci sta trascinando nell’oblio della coscienza.

La cancellazione delle tutele finora garantite ai migranti, gran parte dei quali sono richiedenti asilo, oltre ad essere anticamera dell’illegalità e della clandestinità - che a loro volta sono l'anticamera delle vari forme di abuso del lavoro nero - sarà la ragione del reclutamento di tanti disperati da parte delle organizzazioni malavitose.

Insomma, quel decreto potrebbe essere ribattezzato “insicurezza” poiché cancella quanto di buono è stato fatto nel segno dell'accoglienza e dell'immigrazione di tanti stranieri che sono giunti tra noi per motivi vari, ma sempre legati al bisogno e alla povertà.

Ci sono, poi, altri aspetti che sfuggono totalmente all'opinione pubblica, messa completamente fuoristrada da una propaganda dal sapore razzista e xenofobo, che rimarca i costi dell'accoglienza mentendo non solo sui finanziamenti messi a disposizione, ma anche sulle ricadute che le rette versate per l'accoglienza hanno realmente: quando Salvini sostiene che i 35 euro per ogni richiedente asilo sono troppi e vanno dimezzati, non solo non dice che il mantenimento degli Sprar e dei Cas, infatti, ricade per l'80% sull'Unione europea, ma neppure dice o ricorda che queste erogazioni ricadono su territorio generando effetti positivi sia nell'economia che nell'occupazione.

Di queste “inesattezze”, ce ne accorgeremo presto tutti. In primo luogo i soldi che vengono erogati per l'accoglienza e l'integrazione sono quasi tutti a carico dell'Ue; in secondo luogo, se ci sono organizzazioni che speculano (e purtroppo ci sono, come comprensibile per ogni attività che genera comunque un giro di denaro!) evidentemente è colpa di chi coordina e non controlla.

Nella legalità, i costi erogati a un ente che gestisce l'assistenza vengono impiegati nel territorio, portano un minino di benessere ai commercianti e ai professionisti. Nei 35 euro circa vengono compresi: l'insegnamento della lingua, l'assistenza psicologica, gli interventi formativi. Quei soldi consentono di far lavorare formatori, psicologi, di acquistare libri, quaderni, materiale, telefoni per comunicare, ecc... I soldi dati vengono spesi tutti per loro. Se ci si limita a garantire solo vitto e alloggio, in primo luogo si dovrà licenziare metà del personale; poi, le ricadute positive nel commercio locale saranno minori o addirittura nulle.

Gli immigrati che non faranno più alcuna attività resteranno a girovagare tutto il giorno; da qui a un anno, quando le richieste di protezione verranno respinte in blocco, la convivenza non avrà più basi strutturate su cui poggiarsi.

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