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Chi si puņ considerare 'incapace' e gli istituti a sua tutela

di Francesco Paolo Lupoli

10/12/2018 Diritto in Pillole

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Chi si puņ considerare 'incapace' e gli istituti a sua tutela

Nonostante fin dai tempi remoti la persona umana abbia sempre ricevuto protezione giuridica contro le aggressioni morali oltre che fisiche, la categoria dei diritti della personalità, come la si conosce oggi, costituisce un’acquisizione relativamente recente della cultura giuridica occidentale. È grazie all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana ed all’adozione di importanti documenti internazionali sui diritti umani fondamentali (Dichiarazione universale Onu sui diritti dell’uomo del 1948; Convenzione europea sui diritti dell’uomo e libertà fondamentali del 1950; Patto internazionale sui diritti umani e civili del 1966; …) che la tutela della personalità acquista l’impulso definitivo. L’ordinamento non considera più la persona soltanto come centro d’imputazione di situazioni giuridiche, ma anche e soprattutto come valore in sé.

Venendo ora alla questione che ci interessa, molto spesso, purtroppo, quando si sente parlare di “incapaci”, il pensiero comune corre immediatamente alle persone affette da patologie in qualche modo invalidanti della loro completa capacità di intendere e di volere, ma tale automatismo, oltre a non essere del tutto corretto, è anche tristemente discriminatorio. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Il nostro ordinamento giuridico individua e disciplina due diversi tipi di capacità (e, conseguentemente, di incapacità): quella “giuridica” e quella “di agire”.

La “capacità giuridica” è l’attitudine di un soggetto ad essere titolare di poteri, diritti, doveri e posizioni giuridiche generale. Essa, nelle persone fisiche, si acquisisce per il solo fatto della nascita (art. 1 c.c.), tranne casi eccezionali (ad esempio artt. 254, 320, 462 comma 3, 643, 687 comma 2, 784, … del codice civile) nei quali viene limitatamente riconosciuta   anche ai nascituri (sia concepiti che non ancora concepiti) e si perde con la morte.

La “capacità di agire” (che è quella oggetto di esame) è l’idoneità di un soggetto a compiere validamente atti giuridici che consentano allo stesso di acquisire ed esercitare diritti o di assumere ed adempiere obblighi. Di regola, essa si acquisisce al raggiungimento della maggiore età, salvo che si siano antecedentemente verificate cause legali ostative in tal senso (ad esempio art. 416 c.c. e art. 32 c.p.) e si perde, oltre che con la morte, anche nei casi di interdizione (art. 414 c.c. e ss.), inabilitazione (art. 415 c.c. e ss.) e amministrazione di sostegno (art. 404 c.c. e ss.), ossia, in tutti quei casi nei quali la capacità di agire di un soggetto debba essere, per la sua stessa tutela, eliminata completamente (attraverso la rappresentanza) o semplicemente attenuata (attraverso l’assistenza).

Appare, quindi, di tutta evidenza che “incapace” sia anche una persona perfettamente normodotata (se così si può dire), ma che semplicemente non sia in grado di badare ai propri interessi per assenza della necessaria maturità ed esperienza o, se si preferiscono le parole utilizzate da nostro codice civile, non abbia ancora raggiunto la maggiore età; in altre parole, qualunque bambino/a e qualunque adolescente.

Pensiamoci…

Francesco Paolo Lupoli

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